FILIPPO PATRONI GRIFFI
Giudice della Corte costituzionale, Presidente del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Silvio Spaventa

“Io concepisco che alla maggioranza si lasci tutta la balìa che si voglia, ma dentro certi confini prescritti, non dall’uomo, ma dalla legge, in modo che le minoranze, quando si credono offese, cioè quando si vede che le maggioranze calpestano la legge contro i loro interessi, abbiano modo di ricorrere a un magistrato per averne ragione”[1]. (Silvio Spaventa)

La famiglia Spaventa è una illustre famiglia abruzzese, come quella dei Croce, con la quale gli Spaventa erano imparentati. I due fratelli, Bertrando e Silvio, furono elementi di rilievo nella stagione di unificazione dell’Italia[2]. La loro formazione, come avveniva per molti giovani di valore del Regno delle Due Sicilie, avvenne a Napoli, dove Silvio, insieme con Bertrando, fu ospitato da un fratello della madre, Benedetto, consigliere della Suprema Corte di cassazione borbonica, che inutilmente tentò di avviare Silvio alla carriera di magistratura[3]. Ma gli interessi dei due fratelli si volgevano altrove, tanto che a Napoli i due fondarono presto un periodico di filosofia. Le strade e gli interessi dei due si divisero presto, ma essi rimasero sempre in costante contatto e confidenza: Bertrando esponente di spicco del gruppo degli hegeliani di Napoli, presto esiliati a Torino; Silvio dedito agli studi, oltre che filosofici, più marcatamente giuridici, ancorché a livello istituzionale, ed esponente politico di spicco dell’Italia unita.

Dopo una prima esperienza di deputato nella breve vita del Parlamento napoletano, sotto Ferdinando II di Borbone, che nel 1848 ebbe a concedere la Costituzione, Spaventa viene giudicato colpevole di una serie di disordini avvenuti nel Regno e condannato a morte, pena poi commutata in quella dell’ergastolo, da scontare nel carcere di Santo Stefano, al largo dell’isola di Ventotene. Commutata anche questa pena nell’esilio perpetuo con deportazione in America, durante un rocambolesco viaggio Spaventa e gli altri esuli liberali furono dirottati in Irlanda e poi a Londra. Ricongiuntosi col fratello Bertrando a Torino, Silvio fece ritorno a Napoli dopo la caduta dei Borbone e, finalmente, divenne deputato al primo Parlamento nazionale, dove sedette, quasi ininterrottamente, dal 1861 al 1889. Morì a Roma nel 1893.

Sul piano generale, Silvio Spaventa ci lascia tre insegnamenti[4]: la sua concezione dello Stato, nel quale trova spazio “la fede nella solidarietà umana, la fede in qualche cosa che non sia il nostro miserabile egoismo”[5]; l’idea di giustizia nell’amministrazione, per cui –come ebbe a dire in un celebre discorso a Bergamo- “la libertà deve oggi cercarsi non tanto nella Costituzione e nelle leggi politiche, quanto nell’amministrazione e nelle leggi amministrative”; l’idea dell’intervento dello Stato nell’economia a difesa dei grandi interessi pubblici contro le mire speculative dei gruppi privati.

A tale ultimo riguardo, mi sembra estremamente attuale la sua visione dell’intervento pubblico nell’economia. In uno Stato moderno le funzioni pubbliche si espandono, anche nei settori economici; questo fenomeno non può essere evitato, perché anzi è strumentale al benessere collettivo, ma va regolato e controllato. L’espansione delle funzioni amministrative mi sembra coerente con la configurazione attuale dei diritti sociali, come diritti a prestazioni amministrative (nei settori, per esempio, della sanità, dell’istruzione, dell’assistenza sociale) in settori cruciali del benessere della comunità, secondo uno schema centrale nella nostra Costituzione repubblicana, che coniuga doveri di solidarietà all’art, 2 e uguaglianza sostanziale all’art. 3.

Spaventa è considerato, inoltre, il Padre della giustizia amministrativa in Italia, cioè del sistema di tutela giudiziaria delle persone nei confronti del potere pubblico; un sistema che garantisca la legalità dell’azione amministrativa e tuteli i privati dall’arbitrio del potere.

Anch’egli lamenta il dilagare dell’ingerenza della politica nella giustizia e nell’amministrazione, già denunciato dal Minghetti[6], e individua il rimedio al male nella istituzione di un giudice “che giudichi l’amministrazione”, con tutte le garanzie di indipendenza proprie dell’autorità giudiziaria. Così, su sua iniziativa, con la legge Crispi del 1889, viene istituita la Quarta sezione del Consiglio di Stato (la prima con compiti di giudice), da cui trae origine l’attuale sistema italiano di giustizia amministrativa.

Vorrei concludere con le parole che Aldo Berselli scrive nella prefazione al volume Lo Stato e le ferrovie[7]: “È una lettura che ci aiuta a ritrovare e a rinnovare il senso dello Stato. Vogliamo dire dello Stato inteso da Silvio Spaventa: lo Stato di tutti che sta a garantire che l’interesse di un partito, di una classe o di un individuo non predomini ingiustamente sugli interessi degli altri”. Parole che si sposano con quelle di un filosofo coevo di Spaventa e fortemente influenzato dall’hegelismo di Bertrando, Francesco Fiorentino[8]: “Tutti parlano de’ diritti che l’individuo ha dirimpetto allo Stato, pochi de’ doveri che allo Stato li vincolano… La conciliazione consisterebbe nel concepire bene la vita umana, nel comprendere che la vita dello Stato non è in contrasto con la vera vita individuale, ma con quella parte forse, che non si può dire umana, sì veramente animalesca”.

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[1] S. Spaventa, Lo Stato e le ferrovie, curato da Sergio Marotta per l’Istituto italiano per gli studi filosofici (ed. Vivarium, Napoli 1997), p. 310: Discorso alla Camera del 23 e 24 giugno 1876

[2] Per notizie sulla vita, E. Croce, Silvio Spaventa, Milano 1969; F.G. Scoca, Silvio Spaventa, ES Napoli 2021

[3] G. Paleologo, Silvio Spaventa e la Quarta Sezione del Consiglio di Stato, negli Atti del Convegno di Bergamo 26 aprile 1990, pubblicati e presentati a Napoli, 1991, nella sede dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, con il titolo Silvio Spaventa. Filosofia, diritto, politica

[4]S. Marotta, Spaventa. Lo Stato moderno antidoto agli egoismi, in Corriere del Mezzogiorno, 10 maggio 2022

[5]Discorso alla Camera del 24 giugno 1877, in cui egli si professa “un adoratore dello Stato”

[6] Gli argomenti furono da lui ripresi nel noto saggio su I partiti politici e la ingerenza loro nella Giustizia e nell’Amministrazione (1881)

[7] Citato a nt.1

[8] F. Fiorentino, Elementi di filosofia, Napoli 1877